Negli ultimi anni, il lavoro da remoto ha trasformato radicalmente le modalità operative di molte organizzazioni, portando con sé opportunità e sfide anche sul piano delle soft skills. Uno dei tratti di personalità più rilevanti per comprendere la performance lavorativa in questi nuovi contesti è la coscienziosità, una delle cinque dimensioni del modello dei Big Five. Generalmente associata a comportamenti organizzati, diligenti, orientati agli obiettivi e al rispetto delle regole, la coscienziosità è storicamente considerata un predittore affidabile di performance elevate.
Ma cosa accade quando si toglie il contesto fisico strutturato dell’ufficio? Tre studi recenti – pubblicati nel 2024 su riviste scientifiche internazionali – hanno analizzato come cambia il legame tra coscienziosità e performance in modalità di lavoro da remoto o ibrida. Il quadro che emerge è complesso, e mette in discussione l’assunto secondo cui “i migliori performer lo restano ovunque e comunque”.
Il paradosso della coscienziosità a distanza
Nel primo studio, pubblicato su Applied Psychology, si evidenzia che il legame positivo tra coscienziosità e performance tende a indebolirsi in modalità remote. Le persone coscienziose, seppur teoricamente più autonome e autodisciplinate, mostrano difficoltà a esprimere il loro potenziale in assenza di struttura esterna, supervisione diretta e feedback immediati. L’autogestione prolungata può diventare un fattore di stress, soprattutto se la motivazione intrinseca non è sufficientemente alimentata. In questo scenario, la leadership gioca un ruolo chiave: uno stile empowering, che combina fiducia, supporto e chiarezza, è in grado di “riattivare” il circuito virtuoso tra coscienziosità e performance.
Il secondo contributo, pubblicato su Current Psychology, conferma l’importanza del coinvolgimento lavorativo (work engagement) come mediatore. In altre parole, le persone coscienziose tendono a essere più coinvolte nel lavoro, e questo maggiore engagement porta a risultati migliori. Tuttavia, tale effetto dipende fortemente dalla percezione di supporto da parte dell’organizzazione. Se l’ambiente – anche virtuale – è percepito come distante o poco attento, l’engagement cala, e con esso la performance. Il messaggio è chiaro: anche i tratti più funzionali, come la coscienziosità, hanno bisogno di un contesto nutriente per esprimersi appieno.
Infine, lo studio longitudinale pubblicato su Administrative Sciences rafforza ulteriormente questa visione. Analizzando l’evoluzione del comportamento nel tempo, si osserva che la coscienziosità è altamente predittiva di buone performance in presenza, ma il suo effetto si indebolisce progressivamente nel lavoro remoto prolungato. A lungo andare, la mancanza di confini, il calo di interazioni e la necessità di auto-regolazione continua possono causare un affaticamento cognitivo nei profili coscienziosi, con un declino della performance. In altre parole, chi è “strutturato dentro” rischia di sovraccaricarsi in ambienti “poco strutturati fuori”.
Consapevolezza organizzativa: prima di decidere, misura
Un aspetto spesso sottovalutato è che la scelta tra smart working sì o no non può essere ideologica o “di pancia”. Non è questione di preferenze personali del management, né una battaglia culturale tra nostalgici della scrivania e fautori della libertà assoluta.
La verità è che la decisione sullo smart working deve essere presa in modo informato e basato sui dati, tenendo conto:
Solo se la tua popolazione è ben posizionata sulla coscienziosità e la leadership è in grado di supportare il lavoro da remoto con comunicazione, fiducia e controllo orientato agli obiettivi, allora lo smart working può funzionare davvero. Altrimenti, il rischio è di generare confusione, calo di performance e dispersione di energie.
Il suggerimento?
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Fonti